La tragedia del Prometeo incatenato, tradizionalmente attribuita a Eschilo, racconta uno dei grandi passaggi tecnologici della cultura occidentale. L’uomo riceve il fuoco e, con esso, comprende la possibilità di trasformare il mondo attraverso la téchne. La conoscenza non è più limitata alla contemplazione della realtà, ma diviene consapevolezza della capacità di modificarla e ricerca di sempre nuove trasformazioni.
L’intelligenza artificiale rappresenta oggi l’ultima soglia dell’antichissima ambizione dell’uomo di dominare la realtà. Ma questa nuova téchne non è più soltanto uno strumento che esegue ciò che l’uomo vuole. È una tecnologia capace di riprodurre alcune funzioni dell’intelligenza umana, affiancando alle capacità esecutive forme di autonomia decisionale. E se questa capacità decisionale arrivasse a sviluppare anche una volontà separata e autonoma rispetto a quella umana?
Il dono di Prometeo conteneva già il problema del limite. Ogni ampliamento della potenza umana trasforma il rapporto dell’uomo con l’ambiente vivente in cui è immerso e genera nuove responsabilità per le modificazioni che la téchne introduce nella vita degli altri esseri viventi.
Ma l’uomo può essere mero artefice senza responsabilità?
Il fuoco e le arti non bastano a fondare la comunità degli uomini. Occorre díke, la giustizia. È qui che il mito incontra il diritto. Se la téchne estende il potere dell’uomo, il diritto ne interroga le responsabilità e cerca di definirne i limiti. La téchne corre continuamente alla ricerca di nuove possibilità, mentre il diritto la insegue nel tentativo di individuare nuovi confini.
Il mito di Prometeo non offre una risposta definitiva. Si limita a consegnarci una domanda. La storia sembra attraversata da una rincorsa incessante tra tecnica e legge, tra profitto ed etica.
Chi vincerà?